Stili genitoriali e ansia sociale

Il disturbo d’ansia sociale, come la maggior parte dei disturbi psicologici e psichiatrici, emerge a seguito della combinazione di una serie di fattori, la cui influenza e interazione determinano la fenomenologia del disturbo. Rispetto ai fattori familiari concorrenti lo sviluppo del disturbo d’ansia sociale, possiamo identificare stili genitoriali ricorrenti, che i nostri pazienti ci riportano e che sono riportati dalla letteratura.

Definiamo innanzitutto l’attaccamento come un sistema dinamico di comportamenti che contribuiscono alla formazione di un legame specifico tra due persone. E’ un vincolo le cui radici possono essere rintracciate nelle relazioni primarie che si instaurano tra bambino e adulto di riferimento.

In generale un attaccamento insicuro è alla base del disturbo d’ansia sociale. Questo tipo di attaccamento si caratterizza per un’instabilità nella relazione bambino-caregiver e può essere declinato in un attaccamento insicuro evitante o insicuro ambivalente. Il primo è caratterizzato dalla convinzione dell’individuo che, alla sua richiesta d’aiuto, non solo non incontrerà la disponibilità della figura di attaccamento, ma addirittura verrà rifiutato da questa. Il secondo è caratterizzato dal fatto che non ci sia alcuna certezza che il caregiver sia disponibile a rispondere a una richiesta d’aiuto. La figura di attaccamento è disponibile in alcune occasioni ma non in altre e sono frequenti le separazioni e minacce di abbandono usate come mezzo coercitivo.

Nello specifico i pazienti con disturbi inerenti alla sfera dell’ansia sociale spesso riportano, nelle loro storie di vita, la descrizione di genitori ansiosi, preoccupati per la loro incolumità, salute e rendimento scolastico, che porta i pazienti a strutturare l’idea dell’altro come minaccioso, pericoloso o ipercritico. Oppure l’ansia viene trasmessa per modellamento: il solo fatto di osservare preoccupazioni e ansie nelle figure di riferimento porta il bambino a interiorizzare questi pattern emotivi e comportamentali che diventano schemi con i quali il mondo viene interpretato.

Anche genitori ipercritici possono trasmettere al bambino l’idea di essere sbagliato, fallimentare e a sviluppare un’idea di sé di insicurezza. L’altro criticante diverrà per sempre tale, meglio quindi ritirarsi dal suo giudizio, sicuramente negativo. Come sappiamo il criticismo genitoriale è un atteggiamento che consiste nel ricorso ripetitivo al rimprovero e questo produce nel bambino bassa autostima, ansia, depressione o rabbia. Quando le critiche vengono accettate, i sentimenti più frequenti sono senso di colpa con la tendenza ad attribuirsi cattive intenzioni e la tristezza per la convinzione di una propria incapacità. Il soggetto si adegua ad un criterio di valutazione esterno, normativo, favorendo così la formazione della tendenza sistematica all’autocritica tipica delle persone timide e degli ansiosi sociali.

I genitori evitanti rientrano in una categoria particolare, in quanto solitamente sono isolati dal resto della comunità, si sentono ad essa estranea, non vi partecipano perché non la riconoscono. L’osservazione da parte del bambino di questo stile genitoriale insinua il dubbio che gli altri siano giudicanti, diversi, un gruppo di cui non fidarsi e a cui non si sente di appartenere.

I genitori che reprimono l’assertività possono passare un messaggio di passività, di timore verso il prossimo. Quindi è meglio accettare e subire le richieste dell’altro piuttosto che determinare un eventuale scontro o peggio ancora abbandono.

Infine, talvolta nelle storie dei nostri pazienti ritroviamo l’induzione della vergogna come provvedimento disciplinare. Sentirsi dire “vergognati per essere stato cattivo!” o “adesso dici davanti a tutti come ti sei comportato”, portano il bambino a pensare di essere lui stesso sbagliato, inadeguato, cattivo. I genitori in questo caso trasmettono un messaggio legato alla persona più che al comportamento in sé, minando quella fiducia di base che è necessaria per un sano sviluppo.

Dott.ssa Laura Caccico

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