Realtà Virtuale: uno strumento di intervento per il disturbo d’ansia sociale

Sempre più spesso, oggigiorno, si sente parlare di realtà virtuale. Ma di cosa si tratta? La realtà virtuale è una tecnologia relativamente nuova che consente alle persone di immergersi in un mondo virtuale. L’utente, indossando un visore, viene proiettato in una realtà simulata che viene ricreata ed elaborata con l’ausilio di un computer. Inoltre, può disporre di un controller che gli consente di interagire e di spostarsi all’interno del mondo digitale. Questa tecnologia è stata utilizzata nel trattamento di vari disturbi psicologici, quali disturbi d’ansia, disturbo da stress post-traumatico, disturbi alimentari, disturbi da addiction, ecc. Le ricerche scientifiche hanno mostrato l’efficacia dell’uso della realtà virtuale come strumento di supporto per la psicoterapia: essa, all’interno di un percorso terapeutico, può rappresentare un valido strumento di aiuto sia per il paziente che per il terapeuta. I risultati dell’utilizzo di tale tecnologia, sono molto incoraggianti per quanto concerne il trattamento dei disturbi d’ansia, in generale, e del disturbo d’ansia sociale, in particolare. Chi soffre del disturbo d’ansia sociale prova paura o ansia marcate relativamente ad una o a più situazioni sociali in cui l’individuo potrebbe essere esposto al possibile giudizio da parte degli altri, o anche soltanto alla loro presenza, e, pertanto, cerca di evitare tali situazioni. La terapia cognitivo-comportamentale rappresenta attualmente il trattamento gold standard per le persone che soffrono del disturbo d’ansia sociale. Una tecnica cruciale è quella dell’esposizione graduale del paziente alla situazione temuta: il soggetto viene sollecitato ad affrontare per gradi la situazione che scatena la sua paura. Spesso in questi trattamenti il primo passaggio consiste nell’interpretare ruoli durante le sedute individuali o nell’ambito di piccoli gruppi di terapia, per poi affrontare l’esposizione a situazioni pubbliche più ampie (Marks, 1995). In seguito a esposizione prolungata, generalmente l’ansia si estingue (Hope, Heimberg&Bruch, 1995). Il protocollo di intervento cognitivo-comportamentale per il disturbo d’ansia sociale prevede, tra le altre cose, l’esposizione in vivo, ovvero nella vita reale, alla situazione temuta dal soggetto. Tuttavia, l’esposizione in vivo in questo disturbo può presentare dei limiti: in primo luogo, essa può essere molto impegnativa e richiedere ai terapeuti molto tempo per cercare le situazioni di esposizione più appropriate per ciascun paziente. Inoltre, essendo il disturbo d’ansia sociale un disturbo in cui è forte la tendenza da parte della persona ad evitare la situazione temuta, può essere che l’esposizione in vivo venga ritardata molto nel tempo da parte del paziente. Non da ultimo, le esposizioni vengono molto spesso assegnate dai terapeuti come “compiti a casa” e, pertanto, il terapeuta può dare al paziente soltanto un feedback retrospettivo che sarà quindi fortemente dipendente dal racconto soggettivo del paziente. La terapia basata sulla realtà virtuale può offrire una soluzione a questi limiti (Freeman et al., 2017). Gli ambienti virtuali possono essere ricreati su misura e personalizzati in funzione delle situazioni sociali che scatenano la reazione di ansia e di paura di ciascun soggetto e, inoltre, è possibile mettere in atto il comportamento sociale e farne pratica ripetutamente all’interno della realtà virtuale in presenza del terapeuta che può così fornire un feedback diretto.

In uno studio pilota molto recente (2019), effettuato presso l’Università di Groningen, Geraets e colleghi hanno valutato l’effetto della terapia cognitivo-comportamentale basata sulla realtà virtuale (VR-CBT) in pazienti con ansia sociale generalizzata grave. I partecipanti dello studio erano 15, avevano un’età media di 34,9 anni e una durata media del disturbo d’ansia sociale di 9,4 anni. Ciascun partecipante è stato sottoposto al trattamento con realtà virtuale (VR-CBT) che prevedeva un massimo di 16 sedute individuali di un’ora, erogate una o due volte alla settimana da psicologi. Il protocollo di trattamento è stato adattato dagli autori sulla base dei protocolli cognitivo-comportamentali esistenti e, nello specifico, l’adattamento principale riguardava il fatto che tutte le esposizioni in vivo fossero condotte in realtà virtuale. Durante le prime due sedute si introduceva al paziente la tecnologia della realtà virtuale, si concettualizzava il caso e si definivano gli obiettivi del trattamento. Dalla terza seduta, i pazienti si esercitavano in realtà virtuale per 40 minuti a seduta. All’interno del software di realtà virtuale erano disponibili diversi ambienti virtuali quali strade, autobus e supermercati. Il software permetteva ai terapeuti di manipolare gli ambienti virtuali in termini di affollamento (potevano essere presenti da 0 a 40 umani virtuali), di etnia, di genere, di intensità e frequenza di sguardi ostili e di distanza interpersonale. Gli umani virtuali potevano pronunciare frasi preregistrate; inoltre, erano disponibili anche suoni come sirene e risate. Prima di ogni esercizio terapeuti e pazienti concordavano l’ambiente, l’affollamento e le caratteristiche degli umani virtuali. Ulteriori strategie terapeutiche includevano la psicoeducazione e la ristrutturazione cognitiva di credenze disfunzionali. I risultati di questo studio sono stati promettenti: l’ansia sociale, rilevata mediante la somministrazione della Social Interaction Anxiety Scale all’inizio del trattamento, alla fine del trattamento e al follow up,è stata ridotta in modo significativo dopo il trattamento e questo miglioramento veniva mantenuto al follow up. I punteggi della depressione (misurati con il Beck Depression Inventory-II) erano significativamente più bassi al follow up rispetto al pre-trattamento e, in aggiunta, la qualità della vita aumentava sensibilmente tra il pre-trattamento e il post-trattamento. Tali risultati sono in linea con quelli a cui sono arrivati precedentemente altri ricercatori nei loro lavori: in particolare, Kampmann e colleghi (2016) hanno dimostrato, con uno studio randomizzato controllato, che la terapia basata sull’esposizione in realtà virtuale si era rivelata efficace nel ridurre l’ansia sociale e lo stress in pazienti con ansia sociale generalizzata; tuttavia la terapia con esposizione in vivo aveva portato a risultati migliori rispetto all’esposizione in realtà virtuale. Bouchard e colleghi (2017), utilizzando sia elementi cognitivi che comportamentali a differenza dello studio precedente che ha usato solo elementi comportamentali, hanno scoperto che la terapia cognitivo-comportamentale basata sulla realtà virtuale era più efficace di quella con esposizione in vivo.

Alla luce di quanto detto finora, si nota come la realtà virtuale offra numerosi vantaggi nel trattamento del disturbo d’ansia sociale: innanzitutto, rispetto all’esposizione immaginativa, la realtà virtuale consente al paziente un’esposizione più vivida di quella che alcuni pazienti possono essere in grado di ricreare con la loro immaginazione e, di conseguenza, permette loro di fare esperienza di un ambiente più realistico stimolando la loro partecipazione. Il sistema di realtà virtuale può, inoltre, fornire stimoli multimodali, come ad esempio stimoli visivi e stimoli uditivi. L’esposizione in realtà virtuale consente, in aggiunta, al terapeuta di lavorare nell’immediato sulle credenze disfunzionali del paziente che sono più accessibili e vivide durante lo svolgimento stesso delle attività in ambiente virtuale rispetto ad un momento successivo. Ancora, il terapeuta può esercitare un controllo sulle diverse componenti dell’ambiente virtuale in modo da adattarle, in generale, a ciascun paziente e, in particolare, ai tempi e ai progressi di ognuno di loro. È possibile esporre il paziente all’interno di ambienti virtuali protetti e mettere a punto un’esposizione graduale:ad esempio, si può iniziare ad esporre il soggetto in una strada quasi vuota e, aumentare, gradualmente il livello di difficoltà. L’esposizione in vivo non consente sempre questa quantità di controllo in quanto terapeuti e pazienti non possono controllare gli ambienti di vita quotidiani. Questo permette di mettere a punto trattamenti sempre più tailorizzati ovvero adattati con maggiore precisione alle esigenze specifiche dei singoli pazienti.

In conclusione si può affermare che la realtà virtuale può essere considerata, attualmente, uno strumento molto utile nel trattamento del disturbo d’ansia sociale e di molti altri disturbi psicologici. Sono necessari, tuttavia, ulteriori studi e ricerche, inclusi trials controllati, in modo che tale tecnologia possa essere implementata in protocolli di trattamento già validati e nell’uso clinico di routine.

Dott.ssa Antonella Lebruto

 

Riferimenti bibliografici:

Bouchard, S., Dumoulin, S., Robillard, G., Guitard, T., Klinger,É., Forget, H., Loranger, C. &Roucaut, F.X. (2017). Virtual reality compared with in vivo exposure in the treatment of social anxietydisorder: a three-armrandomisedcontrolled trial. British Journal of Psychiatry, 210, 276-283.

Freeman, D., Reeve, S., Robinson, A., Ehlers, A., Clark, D., Spanlang, B. &Slater, M. (2017). Virtual reality in the assessment, understanding, and treatment of mentalhealthdisorders. Psychological Medicine, 47, 2393-2400.

Geraets, C., Veling, W., Witlox, M., Staring, A., Matthijssen, S., &Cath, D. (2019). Virtual reality-based cognitive behaviouraltherapy for patients with generalized social anxietydisorder: A pilotstudy.Behavioural and Cognitive Psychotherapy, 47(6), 745-750.

Hope, D.A., Heimberg, R.G., &Bruch, M.A. (1995). Dismantling cognitive-behavioralgrouptherapy for social phobia. BehaviourResearch and Therapy, 33, 637-650.

Kampmann, I.L., Emmelkamp, P.M.G., Hartanto, D., Brinkman, W.P., Zijlstra, B.J.H. & Morina, N. (2016). Exposure to virtual social interactions in the treatment of social anxietydisorder: a randomizedcontrolled trial. BehaviourResearch and Therapy, 77, 147-156.

Marks, I. M. (1995). Advances in behavioral-cognitive therapy of social phobia. Journal of ClinicalPsychiatry, 56, 25-31.

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