L’uomo è l’unico animale che arrossisce. O che ne ha bisogno. (Mark Twain)

L’arrossamento del volto è una risposta fisiologica spontanea ad una attivazione emotiva, ovvero è una manifestazione esterna dell’emozione provata dalla persona in quel momento. Questa, come asseriva Charles Darwin nel 1872 in The Expression of the Emotions in Man and Animals, è la più peculiare fra l’emozioni umane. Potremmo quasi dire che è un tratto distintivo della specie umana, in quanto ad oggi sono stati studiati pochi altri animali che sembrano arrossire: i nostri antenati scimpanzé, macachi e gorilla e l’avvoltoio cappuccino, in cui sembra tuttavia avere un’altra funzione, ovvero comunicare la sua condizione o il suo status sociale ai simili.

Possiamo arrossire per diversi motivi: per una temperatura elevata, per l’uso di alcol, per sforzi fisici, perché si è arrabbiati, ma più probabilmente per imbarazzo e vergogna.

Arrossire viene vissuto generalmente sotto una connotazione negativa, come qualcosa di sgradevole, tanto che per alcune persone può arrivare a rappresentare un vero e proprio disagio. L’eritrofobia, ovvero la paura di arrossire, è una fobia che può essere presente nel disturbo di ansia sociale. Persone che soffrono di disturbo di ansia sociale riportano di arrossire frequentemente, fino al provare paura di arrossire, paura che è dettata da forti credenze disfunzionali riguardanti il fenomeno dell’arrossamento. Alcuni dei pensieri collegati all’eritrofobia sono: “se arrossisco gli altri si accorgeranno che sono in imbarazzo”, “essere in imbarazzo vuol dire essere timidi”, “la timidezza è indice di debolezza”, “non voglio essere visto come un debole”; ovvero è presente il pensiero che gli altri noteranno subito un arrossamento e che lo giudicheranno male. Non ci deve quindi stupire che una maggiore propensione soggettiva ad arrossare sia collegata ad una elevata paura delle valutazioni negative. L’arrossamento di solito è collegato a situazioni imbarazzanti o vergognose in cui si teme che gli altri ci giudicheranno negativamente a causa delle nostre azioni; tuttavia, in individui con elevata sensibilità al giudizio altrui, come nel caso del disturbo di ansia sociale, queste sensazioni accompagnate dall’arrossamento stesso potrebbero intervenire in qualsiasi situazione in cui si sentono esposti all’attenzione altrui, sia questaneutrale, positiva o negativa. Inoltre,in chi soffre di eritrofobia si può instaurare un circolo vizioso, per cui più si ha paura di arrossire e piùarrossisce; infatti l’attivazione di pensieri disfunzionali nel momento in cui la persona sente avvampare il volto (ad es. “penseranno che sono ridicolo”), non faranno altro che aumentare l’imbarazzo/vergogna, causando un ulteriore arrossamento della pelle del volto.

Le emozioni e le loro manifestazioni hanno una valenza adattiva, la quale diventa disadattiva nel momento in cui viene generalizzata anche ad altre circostanze. L’esempio più banale è quello della paura: avere paura quando ci troviamo davanti ad una situazione di pericolo è adattivo, perché ci permette di fuggire lontano dalla minaccia con battito del cuore accelerato, un maggiore afflusso di sangue agli arti inferiori, gli occhi sbarrati per avere una maggiore visuale. Così anche la manifestazione dell’imbarazzo e della vergogna con l’arrossimento del volto sembra avere una sua spiegazione adattiva in alcune situazioni.

Dijk, de Jong e Peters (2009)1 hanno dimostrato come arrossire dopo unmisfatto, come ad esempio rovesciare il caffè addosso a qualcuno, aiuti a mitigare la risposta dell’altro, ovvero permetta di mostrare il proprio rimorso; dunque arrossire sembrerebbe avere un forte valore sociale. L’arrossire sembra essere un segnale utile che ci permette di salvarci la faccia e permette di attenuare la possibile risposta aggressiva dell’altro. In questo studio i partecipanti leggevano delle scenette in cui si descrivevauna trasgressione o un misfatto;successivamente guardavano delle foto di persone, alcune con il volto arrossatoe altre no,che venivano valutate rispetto a più dimensioni, come ad esempio la simpatia o l’affidabilità. I risultati mostrano come coloro che arrossivano erano valutati in modo più favorevole di coloro che non arrossivano.

Un altro studio mostra come arrossire promuove comportamenti di fiducia negli altri anche dopo che questi sono stati traditi, aiutando così a recuperare l’affidabilità persa. Dijk, Koening, Ketelaar e de Jong (2011)2 hanno esaminato come l’arrossire in seguito ad una trasgressione socio-morale potesse incidere sull’affidabilità in un contesto interpersonale: i partecipanti furono invitati a giocare al dilemma del prigioniero al computer con un compagno virtuale, il quale abbandonava il gioco al secondo round. In seguito all’abbandono, veniva mostrata ai partecipanti una foto dell’avversario, in alcuni casi con la faccia che arrossiva, in altri no. I risultati mostrano come in un successivo compito di fiducia i partecipantilasciassero in custodia più soldi a coloro che avevano arrossito rispetto a coloro che non avevano arrossito, dunque comesi fidassero di più degli avversari che erano arrossiti, giudicandoli più positivamente e aspettandosi una minore probabilità di ulteriori abbandoni in futuro.

Arrossire permette di comunicare le nostre intenzioni all’altro, ovvero permette di manifestare esternamente l’imbarazzo o la vergognaprovati e quindi dire con il linguaggio non verbale che non era assolutamente nostra intenzione compiere quel gesto e che provvederemo a far sì che non riaccada in futuro.

Dunque potremmo concludere che arrossire può salvarci da situazioni non piacevoli in cui abbiamo sbagliato, riacquistando la fiducia di chi abbiamo davanti; allo stesso tempo osservare l’arrossire degli altri può aiutarci ad individuare le persone che si sono comportate in malafede da quelle su cui fare nuovamente affidamento.

Dott.ssa Alice Fiesoli

1 http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19348542

2 http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21500900

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