La sindrome da Talent Show. Perché l’ansia ci imbarazza?

Sono certo che chiunque stia leggendo questo articolo riuscirà a recuperare nella memoria almeno un episodio in cui ha provato una forte ansia, magari di fronte a un professore, alla persona che gli piaceva molto, agli amici oppure a sconosciuti. Quando sono coinvolte persone che potrebbero giudicarci, infatti, si attiva in noi una sorta di allarme che ci segnala la presenza di un potenziale pericolo, nel caso specifico, quello di fare una figuraccia, essere deriso e infine allontanato o rifiutato. Come diceva Shakespeare “tutto il mondo è un palcoscenico” e tutti noi, ogni giorno, ci esibiamo di fronte agli altri. Come per ogni artista esistono campi di competenza, dove cioè l’individuo si sente a suo agio nell’esibirsi perché convinto di possedere le risorse adeguate, così noi ne abbiamo nella vita di ogni giorno. Ci saranno quindi situazioni alle quali sarà facile esporsi e altre invece che preferiamo evitare, proprio perché convinti di non possedere le qualità giuste per ottenere una buona performance. Ovviamente anche la composizione del pubblico farà una notevole differenza: è diverso esibirsi di fronte a una platea di persone intime, amici, sconosciuti o giudici. Per chi soffre di ansia sociale l’esibizione richiesta sarà sempre percepita come di difficile esecuzione e il pubblico davanti al quale dovrà esibirsi sarà sempre composto da giudici rigidi, critici e recensori. Ciò che conduce molto spesso queste persone a evitare tassativamente di calcare il palcoscenico sono i pensieri e le credenze negative tipici dell’ansia sociale: “non sarò in grado di esibirmi adeguatamente”, “l’altro mi giudicherà in maniera negativa” e “l’altro mi rifiuterà e allontanerà”. Vivendo la quotidianità con tali dogmi risulterà logico tentare di mantenere le distanze da persone o situazioni potenzialmente minacciose ed evitare, per quanto possibile, di esporsi.

Cosa accade, però, quando tutto ciò non è possibile?

Soffermiamoci prima di tutto sulle nostre reazioni fisiologiche: dato che non sono riuscito a evitare la minaccia e mi si prospetta un potenziale pericolo (“oddio, dovrò esibirmi e potrei non essere in grado di farlo adeguatamente”), l’emozione che ne deriverà sarà di ansia. I tipici correlati fisiologici dell’ansia sono palpitazioni, tensione muscolare, secchezza delle fauci, respiro affannato e le vampate di calore che si traducono a livello manifesto in rossore, tremolio, sudorazione eccessiva e tartagliamenti o balbuzie, solo per citarne alcuni. Anche ai migliori artisti, all’inizio di un’esibizione, può capitare di sperimentare tali effetti sui loro corpi. A questo punto però gli esiti probabili sono due: da una parte c’è chi riuscirà a ignorare questi segnali d’ansia e concentrarsi su ciò che deve fare, dall’altra ci sarà chi invece non riuscirà a fare a meno di monitorarli e concedergli un’eccessiva attenzione a scapito dell’esibizione di per sé. Il percorso che intraprendiamo dipende dalle nostre credenze interne riguardo l’effetto del mostrare o meno sintomi ansiosi. Nelle persone che soffrono di ansia sociale la paura del giudizio è spesso associata al mostrarsi inadeguati in una determinata situazione, l’inadeguatezza a sua volta è associata al mostrarsi ansiosi. Ergo, se arrossisco mentre parlo con qualcuno l’altro noterà che sto sperimentando ansia e mi giudicherà inadeguato. Per ovviare a questa condizione appare molto più istintivo cercare di gestire i segnali corporei d’ansia che discutere e ristrutturare le credenze negative “l’altro avrà notato il mio stato ansioso” e “mostrare ansia è sinonimo di inadeguatezza”. Sfortunatamente ciò non risulta molto funzionale.

Molte ricerche hanno ormai ampiamente dimostrato che avere delle credenze negative sul mostrare sintomi d’ansia di fronte ad altre persone li intensifica e li fa perdurare per tutta l’esposizione. Ad esempio, in un esperimento di public speaking, i ricercatori hanno messo a confronto due gruppi di persone suddividendoli in chi riportava la paura di arrossire (PA) durante la prova e chi invece no (NPA). I risultati hanno dimostrato che durante l’esperimento l’imbarazzo e l’intensità del rossore spontaneo erano maggiori nel gruppo PA che nei controlli. Inizialmente, l’aumenti del flusso sanguigno al viso, era simile nei due gruppi. Tuttavia, il rossore si è dissipato più lentamente nel gruppo PA, determinando un aumento incrementale del flusso sanguigno al viso durante il corso di tutto l’esperimento (Drummond & Lazaroo, 2012).

Gli effetti di intensità e durata di tali sintomi possono essere spiegati tramite un ulteriore effetto che le credenze negative hanno sul nostro corpo: l’aspettarsi di mostrare sintomi ansiosi  è associato a percezioni accresciute ed eccessive degli stessi (Drummond et al., 2007). Un comune afflusso di sangue al volto può essere percepito da chi lo sperimenta come un rossore intenso ed evidente, oppure una leggera tensione alla mano può essere percepita come un significativo tremolio. Questo non farà altro che innescare ancora più ansia e i suoi relativi correlati, in un circolo vizioso che aumenterà intensità e durata della manifestazione.

I modelli cognitivi, infatti, suggeriscono che durante le interazioni sociali, gli individui socialmente ansiosi dirigono la loro attenzione verso gli stimoli interni di attivazione (correlati ansiosi) e usano queste informazioni per dedurre erroneamente come appaiono agli altri. In uno studio, i partecipanti che ritenevano che le loro manifestazioni ansiose fossero aumentate durante un’interazione con una persona con un ruolo d’autorità (in questo caso uno sceriffo), riferivano maggiore ansia, percepivano le loro prestazioni come peggiori e sovrastimavano la visibilità del loro stato ansioso (Wild et al., 2008).

Vergognarsi di mostrare ansia è dunque correlato alla comune credenza negativa che mostrarsi ansiosi equivale a essere giudicati inadeguati. Sperimentare ansia in contesti che crediamo non richiedano di provare tale emozione ci fa sentire come diversi e manchevoli rispetto a chi invece affronta le stesse situazioni serenamente. Così ci valutiamo negativamente e ci vergognamo di noi stessi. Ciò che di importante è da tenere sempre presente è che non tutte le esibizioni possono riuscire perfettamente né che sia possibile evitare l’ansia, succede anche ai migliori! Al tempo stesso dobbiamo ricordarci che il pubblico potrebbe non notare i nostri segnali d’ansia e, anche nel caso che ciò dovesse accadere, non è detto che associ queste nostre manifestazioni a segnali di debolezza o inadeguatezza. Il modo migliore di non mostrare sintomi ansiosi è non preoccuparsene, non concedere loro troppa attenzione e ridirigerla invece sul compito che dobbiamo portare a termine! Il provare ansia durante le nostre esibizioni non ci preclude il raggiungimento di un buon risultato, non tutti sono giudici e non tutti i giudici sono così severi!

Dott. Francesco Lauretta

Bibliografia

Drummond, P.D., Lazaroo, D. (2012), The effect of facial blood flow on ratings of blushing and negative affect during an embarrassing task: Preliminary findings, Journal of Anxiety Disorders, Volume 26, Issue 2, Pages 305-310. https://doi.org/10.1016/j.janxdis.2011.12.012

Drummond, P.D,  Back, K., Harrison, J., Helgadottir, F.D., Lange, B., Lee, C., Leavy, K., Novatscou, C., Orner, A., Pham, H., Prance, J., Radford, D., Wheatley, L. (2007), Blushing during social interactions in people with a fear of blushing, Behaviour Research and Therapy, Volume 45, Issue 7, Pages 1601-1608. https://doi.org/10.1016/j.brat.2006.06.012

Wild, J., Clark, D.M., Ehlers, A., McManus, F. (2008), Perception of arousal in social anxiety: Effects of false feedback during a social interaction, Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, Volume 39, Issue 2, Pages 102-116. https://doi.org/10.1016/j.jbtep.2006.11.003

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