Ansia Sociale e Realtà Virtuale: La nuova frontiera

Il disturbo d’ansia sociale (DAS) ha come nucleo patologico l’elevato timore di essere esposti al giudizio negativo da parte degli altri. L’idea di essere criticati e derisi genera un’intensa ansia che spesso viene gestita con strategie efficaci sul breve periodo, ma molto costose a lungo termine. Le conseguenze associate al DAS infatti sono la depressione, l’abuso di sostanze utilizzate come strategie di gestione dell’ansia, deperimento dei rapporti sociali (sentimentali e professionali) e scarse prestazioni lavorative. Nonostante le persone affette da DAS spesso considerino irrazionali le loro paure, esse si sentono costrette come ultima ratio ad evitare le situazioni temute.

La Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) è risultata essere il trattamento d’elezione per questo disturbo (APA, 2010). Essa si configura come una serie di incontri vis-à-vis focalizzati sulla modifica di pattern di pensiero disfunzionali da cui origina la sofferenza emotiva. Spesso tali pensieri e credenze vengono mantenute, come nel caso dell’ansia, da comportamenti di evitamento attivo delle situazioni che generano la sofferenza. Lo scopo della TCC quindi può essere considerato quello di fornire alle persone un insieme di strumenti utili per superare i meccanismi che mantengo la propria ansia gestendo in modo nuovo e più funzionale i pensieri e le emozioni.

Per far questo una strategia cardine della TCC è l’esposizione, in vivo e graduale, alle situazioni temute. I meccanismi attraverso cui agisce questa tecnica sono principalmente tre: il confrontarsi prolungato con il contesto temuto permette alla risposta fisiologica di attenuarsi naturalmente, permette alla persona di sviluppare nuove credenze rispetto alle conseguenze dell’ansia, permette di allenare nuove e più funzionali strategie sociali. In altre parole entrare in contatto con gli stimoli che generano ansia, inizialmente porterà ad un incremento dell’ansia stessa, ma in seguito questa calerà consentendo alla persona di sperimentare un maggior autocontrollo. È da sottolineare come l’intero processo terapeutico si articoli per gradi e all’interno di una relazione in cui il terapeuta supporta e affianca i passi del paziente.

Per quanto l’esposizione in vivo risulti efficace, questa si accompagna ad una serie di svantaggi che ne limitano l’applicabilità. Capita spesso che le condizioni (ad esempio un meeting o un volo aereo) siano difficili, se non impossibili, da ricreare, nel qual caso si ricorre ad una esposizione in immaginazione. Tuttavia può succedere che per gli alti livelli d’ansia la persona abbia difficoltà a richiamare un’immagine vivida della situazione temuta rendendo problematico il continuo della terapia. Inoltre il graduale avvicinamento alla situazione temuta può non essere possibile dal momento in cui alcuni contesti prevedono la presenza/assenza dello stimolo ansiogeno. Terzo, non di rado l’esposizione in vivo richiede molto tempo per essere implementata.

Il futuro della terapia

 Il progresso vertiginoso delle tecnologie informatiche ha rivoluzionato il nostro modo di vivere e gli psicologi sembrano non essersi fatti sfuggire le nuove opportunità che esso ha da offrire. Nell’ormai lontano 1992 un gruppo di ricercatori della Clark Atlanta Universityha intuito le potenzialità che la realtà virtuale (RV) poteva esprimere nel campo della TCC. I primi studi si concentrarono tendenzialmente sul trattamento di fobie specifiche come la claustrofobia, la paura di guidare, l’ aracnofobia e l’ansia sociale. Col tempo il suo utilizzo è stato esteso anche al trattamento dell’obesità e del Disturbo da stress post-traumatico.

E’ utile chiarire che la RV utilizza la computer grafica per simulare in tempo reale una situazione verosimile che attraverso degli schermi (tradizionali o posizionati in un casco) e alcuni sensori di movimento, permettono di portare la persona all’interno di un mondo fittizio, ma credibile.

La RV consente quindi di sopperire ad alcune criticità dell’esposizione in vivo (Emmelkamp, 2005). In particolare rende possibile un maggior controllo del contesto da parte del terapeuta che attraverso un software gestisce l’intensità degli stimoli ansiosi. In secondo luogo può essere condotta all’interno degli studi con una riduzione notevole dei tempi di attuazione. Infine può configurarsi come uno step intermedio tra le sedute tradizionali e l’esposizione, soprattutto in quei pazienti con difficoltà immaginative.

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Come funziona la RV per il trattamento del DAS?

Ad oggi, la ricerca si è concentrata soprattutto sul timore di parlare in pubblico. Al paziente viene chiesto di tenere un discorso davanti ad un gruppo di figure umane in computer grafica (avatar) che assistono alla performance. Il comportamento di questi avatar è controllato dal terapeuta e può variare da semplici gesti al pronunciare frasi pre-registrate. Tale situazione ha mostrato di generare ansia nonostante la consapevolezza della natura fittizia del contesto. A quel punto la persona verrà esposta a scenari sempre più ansiogeni finché, grazie al parallelo lavoro terapeutico tradizionale, non riuscirà a tollerare l’ansia. Oltre al parlare in pubblico la RV mette a disposizione altri scenari, ad esempio il bancone di un bar, una cena informale, un trasporto pubblico, un negozio di scarpe o un volo in aereo e con l’avanzare del tempo ne saranno disponibili sempre di nuovi.

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I risultati preliminari dei trattamenti con RV per il DAS ad oggi sono molto promettenti (Anderson et al., 2013). È possibile aspettarsi che la ricerca scientifica in questo settore subirà un forte incremento nei prossimi anni, complice anche il recente interesse di alcune grandi aziende nello sviluppo di sistemi RV di intrattenimento. Ad esempio, l’ Oculus di Rift, il VIVE di HTC e il PlayStation®VR di Sony. In Europa esistono già alcune aziende e centri che si interessano al trattamento dei disturbi d’ansia attraverso la RV. Per citarne alcuni: il Virtual Reality Medical Center, VirtuallyBetter,  l’olandese CleVR, la spagnola Psious, VirtualRet, la svedese Mimerse. In Italial’Istituto Auxologico Italiano di Milano sembra essere l’unico centro in cui venga sperimentata la RV in ambito clinico.

È con curiosità e apertura quindi che attendiamo gli sviluppi di queste tecnologie nella consapevolezza che nuovi strumenti di intervento potranno migliorare l’efficacia dei trattamenti, ricordando però che la terapia è primariamente un processo relazionale che si articola nel rapporto tra due persone che condividono gli stessi obiettivi.

Qui potete farvi un’idea della RV e di come venga usata in psicologia clinica.

Dott. Duccio Baroni

Bibliografia essenziale:

Anderson, P., Price, M., Edwards, S., Obasaju, M., Schmertz, S., Zimand, E.,& Calamaras, M. (2013). Virtual reality exposure therapy for social anxiety disorder: A randomized controlled trial. Journal Of Consulting And Clinical Psychology, 81(5), 751-760.

Brinkman, W., van der Mast, C., & de Vliegher, D. (2008). Virtual Reality Exposure Therapy for Social Phobia: A Pilot Study in Evoking Fear in a Virtual World. Lecture, Delft and The Netherlands.

Gebara, C., Barros-Neto, T., Gertsenchtein, L., &Lotufo-Neto, F. (2016). Virtual reality exposure using three-dimensional images for the treatment of social phobia. Rev. Bras. Psiquiatr., 38(1), 24-29.

Morina, N., Brinkman, W., Hartanto, D., Kampmann, I., &Emmelkamp, P. (2015). Social interactions in virtual reality exposure therapy: A proof-of-concept pilot study. Technology And Health Care, 23(5), 581-589. 

Morina, N., Ijntema, H., Meyerbröker, K., &Emmelkamp, P. (2015). Can virtual reality exposure therapy gains be generalized to real-life? A meta-analysis of studies applying behavioral assessments. Behaviour Research And Therapy, 74, 18-24.

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